L’ultimo Tratto

Immigrazione: Fregata Euro soccorre due barconi con 956 profughi

Rubriche/ di Piero D’Errico

Ci  trovammo stipati su un camion che cadeva a pezzi a pensare: “non ce la farà mai ad arrivare a destinazione”.

In piedi, attraversammo spazi infiniti di strada sterrata, tortuosa e piena di buche. Ci trovammo a soffrire fame e sete, a lavarci nell’acqua piovana raccolta in qualche pozza, ma felici.

Il sogno dell’Europa, si stava per realizzare.

E per arrivare in Europa eravamo disposti ad ogni sacrificio, ad ogni sofferenza, eravamo preparati ad affrontare ogni paura.

Quando dopo mesi arrivammo in Libia,  ci trovammo ammassati in campi interminabili ad aspettare.

Aspettare che il mare si  “calmasse” e che i trafficanti intascassero i soldi per l’ultimo tratto.

Eravamo in un “lager” a cielo aperto, picchiati senza motivo e minacciati d’essere bruciati vivi se non arrivavano i soldi.

Intorno a noi gli occhi disinteressati e indifferenti del mondo.

E nel racconto di chi mi racconta quella sera c’era un cielo carico di stelle e la luna che le spostava tutte per farsi largo, per farsi vedere bella e lucente. Era la sera di un luglio senza vento, il mare fermo e noi sulla scialuppa seduti ai bordi.                                                                                                                                      

C’era un silenzio di tomba tutt’intorno, rotto solo dal rumore del motore che tagliava il mare singhiozzando, mentre l’acqua silenziosamente iniziava a imbarcarsi nella scialuppa.

Cominciava a fare freddo, le coste della Libia scomparse da un bel po’ ed era quasi l’alba quando persone gentili e buone, ci aiutavano a salire a bordo di una nave che era venuta in nostro soccorso.

M’ero chiesta durante tutto il viaggio:  Dov’è Dio? Perché ci ha girato le spalle?  Finii in quel momento di chiedermelo.

Quando mi trovai su quella grande nave aiutata e curata, e soprattutto a poche miglia dalla costa, fui attraversata da un brivido lungo la schiena.

Era la prima “gioia”  dopo mesi e mesi che piangevo in silenzio.

Non mi sembrava vero, stavo per accarezzare il sogno di una vita, l’Europa.                                                             

Quel sogno che mi aveva accompagnato sin da piccola e che aveva fatto sempre preoccupare mia madre.

Capimmo solo qualche giorno dopo che il peggio doveva ancora  arrivare.

I giorni che seguirono furono ancora peggiori del viaggio, sbattuti da una parte all’altra, umiliati, insultati e derisi, “eravamo un peso per l’umanità” .

I sogni cominciarono a svanire in quelle calde mattine italiane e non furono poche le volte che fui attraversata dal triste pensiero che forse quel brutto viaggio, in quella calda notte d’estate piena di stelle e di luna piena, sarebbe stato meglio fosse finito nelle acque calde di quel mare che stava quasi fermo a pregare.

Fosse finito in quell’ultimo tratto.