Letture sotto l’ombrellone: Il Curatore-Libertà

Tratto dal libro di Marino Giannuzzo “I Ragona”. 

Rubriche/PensieriParole/ di Marino Giannuzzo 

Ringraziamo l’autore per aver consentito alla pubblicazione del suo romanzo che troverete su queste pagine ogni domenica con un nuovo episodio.

Il Curatore

Quel pomeriggio di fine settembre, dopo l’ora d’aria in cortile, Francesco fu invitato da una guardia penitenziaria a presentarsi nella sala colloqui. C’era una persona che aveva avuto il permesso di parlare con lui. Non gli si diceva mai chi lo cercava. Era sempre una sorpresa.

Ma questa volta la sorpresa per qualche minuto rimase sorpresa. Francesco non conosceva la persona che era venuta a trovarlo. Si sedettero, uno di fronte all’altro, al di qua e al di là di un divisorio. -Sono il dottore Stabile. Giuseppe Stabile.- si presentò il visitatore. -Ah, piacere, dottore. Mia moglie mi ha parlato di lei; mi diceva che è una persona affidabile e corretta. Sono nelle sue mani… -Non potrò certamente essere io che risolverò tutti i suoi problemi. Tuttavia ha saputo che sono stato nominato curatore del suo, mi dispiace dirlo, fallimento. Non saprei se aggiungere un “purtroppo” o un “per fortuna” di come ho trovato il suo stato imprenditoriale. Poco da prendere e poco da dare. Il che fa pensare ad una conduzione sana e corretta della sua azienda, che tranquillamente può essere definita “a conduzione familiare”…

-Non è stata mai mia abitudine profittare del prossimo. Il mio l’ho sempre preteso, ma quello degli altri è stato sempre degli altri… -Non avevo dubbi, signor Ragona. Vi è una sola istanza di fallimento per tredicimila euro. Una sciocchezza in fin dei conti. -Lo so. È della Rakai. Purtroppo quindicimila li avevo versati alla consegna del ferro in cantiere e questi tredicimila dovevano essere versati dopo una diecina di giorni da quando sono stato arrestato. Purtroppo i lavori si sono fermati, i pagamenti pure e se qualche somma è stata recuperata è servita per pagare gli operai… La Rakai poteva attendere o informarsi e sicuramente avrebbe avuto quanto le era dovuto… Non so quanto riuscirà a recuperare. Ma, si sa, sono del Nord e non intendono ragione… Siamo tutti nelle mani di Dio… -Mi ha facilitato il compito. Bene. Le ripeto: la Rakai può insistere, lei potrebbe essere dichiarato fallito, con tutte le conseguenze relative, ma non recupererebbe nulla, o quasi nulla… ho fatto di tutto per allungare i tempi in attesa che si risolvessero i suoi problemi, ma ora la Rakai dice di non volere attendere ulteriormente e il suo legale sta insistendo affinché si concluda la procedura ed io mi trovo nella condizione di non potere fare più nulla. Ho chiesto ed ottenuto di parlare con lei perché mi faceva piacere che fosse lei a decidere sul da farsi.

-Dottore Stabile, lei sa meglio di me cosa conviene fare. -Se la cosa riguardasse me certamente, ma riguarda lei ed è sicuramente lei che sa meglio di tutti cosa conviene fare. Le conseguenze di un fallimento la porterebbero a non potere essere in futuro titolare di un’impresa, a non potere avere un conto in banca intestato a lei, e via dicendo… -Io purtroppo sono qui e non posso fare proprio nulla. -Se lei mi dice come muovermi, cosa che tra l’altro non avviene mai perché generalmente il curatore fa di testa sua e se ne frega di tutto e di tutti, per non parlare d’altro, se lei mi dice come muovermi, le dicevo, io sono la sua longa manus. Agirò per come la coscienza mi detta. A me basterà ciò che mi liquiderà il Giudice alla fine, dal punto di vista economico, per il mio lavoro… -Faccia loro la proposta di un terzo da incassare subito, a saldo del loro credito, oppure il ritiro dell’istanza subito e il pagamento totale della somma a sei mesi dalla chiusura di questa mia maledetta vicenda. -Ok. Ci proviamo… -Naturalmente lei sa come negoziare -Spero di sì, anche se la proposta non mi pare allettante per loro… Si alzò, si scambiarono una stretta di mano e ognuno rifece la strada che aveva fatto quando era arrivato.

Buone notizie

Trascorse quasi un mese dal colloquio col dottore Stabile, curatore del fallimento. Poco prima dell’ora di pranzo Francesco fu chiamato nella sala colloqui per una visita. Mentre ancora si chiedeva chi potesse essere a quell’ora entrò nella sala e grande fu la sorpresa nel trovarsi dinanzi l’avvocato Bonì sorridente e visivamente elettrizzato. Chissà di quali notizie era latore… probabilmente veniva a portargli qualche altra illusione. Si sedettero, uno da un lato e uno dall’altro del divisorio che li separava, Francesco visivamente meravigliato per l’atteggiamento quasi sorridente dell’avvocato e Bonì che godeva del suo momento di gloria con se stesso e che in tutti i modi cercava di sorprendere Francesco con la notizia-shock di cui era latore e di cui egli stesso era rimasto colpito perché assolutamente inattesa. -Sei stanco?- gli chiese mentre gli stringeva la mano per salutarlo. -Con tutto il lavoro che c’è da fare qui… -Stanco di stare qui dentro… voglio dire. -Fin dal primo giorno… -Ti sei abituato o vuoi scappartene al più presto? -No, avvocato. Io sono innocente. Forse lei non ne è convinto, ma a testa alta devo uscire da qui, come le

persone per bene. E poi, per trovarmi in situazioni peggiori di quella attuale? Vivere nascosto, braccato da tutte le parti, mettendo in serio pericolo anche mia moglie, mia madre, i miei fratelli… Francesco notò che mentre egli parlava l’avvocato lo guardava divertito con un sorriso malamente nascosto tra i denti. -Che tu sia innocente me ne sono convinto pure io, strada facendo. Ma chi ha parlato di fughe? Ti ho chiesto se sei stanco di stare qui dentro… -Certo che sono stanco, fin dal primo giorno, le ho detto. -Allora tieniti pronto. Il tempo che il Giudice per le indagini preliminari firmi il provvedimento e lo faccia notificare alla Direzione del carcere… Ci vorranno uno o due giorni… Se non me lo impediranno altri impegni verrò io stesso ad accompagnarti a casa… -Avvocato, non scherziamo con le cose serie. So io quanto vorrei fosse vero quello che lei sta dicendo, ma troppe illusioni e delusioni mi hanno accompagnato nella vita, e particolarmente in questi ultimi due anni… -Dico sul serio… affermò Bonì, divenuto serio per essere credibile. Francesco lo guardò con occhi che volevano penetrare quelli di lui per scorgere fino a qual punto dicevano la verità.

Capì immediatamente che forse questa volta parlava di cosa certa. Bonì mai gli aveva parlato di scarcerazione, ma di tentativi, di supposizioni, di probabilità. Ora aveva parlato di firma del Giudice per le indagini preliminari, il che faceva supporre che avesse avuto un colloquio con lui, e gli venne quasi naturale chiedere: -Ma col Giudice vi siete sentiti? -Due ore fa. Mi ha assicurato che ha esaminato la tua pratica, che anche il Pubblico Ministero non si oppone, e che non vi sono motivi per trattenerti ancora nella qualità di detenuto. Non mi ha detto quale tipo di provvedimento emetterà… -Cioè? -Se, ad esempio, con obbligo di firma o con rispetto di determinati orari… Per ora non pensare a questo. Pensa a tornare a casa tua e poi si vedrà… -Sì, sì…- ripeté più volte Francesco, mentre col pensiero andava dietro a progetti futuri possibili, attuabili, immediati… -Grazie, avvocato, grazie. Avvertite mia moglie, per favore. Grazie anche per questo…. Contemporaneamente si levarono in piedi. Entrambi avevano gli occhi lucidi, ciascuno per motivi diversi. Si salutarono con una stretta di mano al di sopra del divisorio, si guardarono negli occhi, non dissero nulla, impercettibilmente entrambi abbassarono il capo in segno di assenso, si divisero e andarono via.

Libertà

-Libertà va cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta…- declamava ad alta voce Titti mentre, corsagli incontro, abbracciava il fratello. Giulia le aveva telefonato dicendole di tenersi pronta perché sarebbe passata subito dopo a prenderla con l’auto. Aveva bisogno della sua compagnia perché aveva da sbrigare una commissione importante. Non le disse di che si trattava né la ragazza glielo chiese perché non sarebbe stato carino da parte sua. Poco dopo il suono del clacson l’avvertì che Giulia era giunta e l’attendeva per strada e fu subito sull’auto, seduta al suo fianco. Giulia partì immediatamente, con molta fretta. -Dove pensi che dobbiamo andare?- chiese alla ragazza con un leggero tremolio nella voce. -Non so… a comprare un vestito… -No. Indovina… -Dall’avvocato…. -Ci sei quasi… va bene… te lo dico io. Non ce la faccio a starmene zitta. Andiamo da Francesco… -Ah, sono contenta di rivederlo. Grazie, Giulia per il passaggio… mi fa veramente piacere. Ma l’avvocato che notizie ha? Dice sempre vediamo, vediamo, vediamo… e alla fine non si vede mai nulla…

-La cintura te la sei allacciata? Tieniti forte. Andiamo a prenderlo. Ci sta aspettando e ce lo porteremo a casa. A casa, a casa…- gridò, come mai Titti l’aveva sentita. Per un attimo la ragazza rimase perplessa pensando che la cognata avesse avuto un attacco di isterismo, che non le conosceva. Ma quando la vide sorridere e piangere contemporaneamente le dovette credere. Era vero. Finalmente Francesco sarebbe stato con loro. E Titti, da seduta, cominciò a ballare sul sedile come una bambina di tre anni e sorrideva e piangeva anche lei, tanto che Giulia, sia per la sua condizione fisica che per quella della cognata, ritenne opportuno cercare un posteggio dove fermarsi un attimo. Lo trovarono presto, essendo ormai nella periferia della città. Si ripresero anche presto e in cinque minuti furono davanti al carcere. Giulia telefonò al centralino del carcere chiedendo che le passassero il marito. Dall’altro capo del telefono, poco dopo, una voce, quella di Francesco, si fece sentire: -ARRIVOOO…. Due minuti dopo Francesco venne fuori. Titti era stata la più veloce a scendere dall’autovettura, corse incontro al fratello, mentre ad alta voce declamava i versi del Purgatorio di Dante, gli saltò tra le braccia e lo coprì di baci, poi, avendo notato che anche Giulia aveva abbandonato l’auto per correre incontro al marito, si staccò da lui e lasciò che i due si abbracciassero e fondessero le loro lacrime, represse

per ben due anni. Giulia e Francesco non riuscirono a scambiarsi una parola. Poi reciprocamente si dissero soltanto: -ti amo e ti voglio bene. Salirono in macchina. Francesco alla guida, Giulia al suo fianco e Titti sul sedile posteriore. Mentre il marito metteva in moto l’auto Giulia gli raccomandò di indossare la cintura. -Credo che non userò più la cintura… -Perché? -Perché mi sono bastati questi due anni d’essere bloccato, per tutta la vita…. – rispose ridendo come non rideva ormai da molto tempo… Chiese se la madre e Tony sapevano della sua liberazione. Giulia con piacevole enfasi rispose che non aveva voluto comunicare la notizia a nessuno, dapprima perché di delusioni ce n’erano state fin troppe e poi, quando ormai la notizia risultò vera e certa, perché voleva che fosse una sorpresa per tutti, come già era stata poco prima per Titti. -Vero, Titti? -Verissimo, verissimo- giunse a conferma la voce eccitata dal sedile posteriore. -A mia madre un infarto le viene- commentò Francecso. -Non le è venuto due anni fa per il dispiacere, non le verrà oggi per la gioia…- ribattè la moglie. -Speriamo.- concluse Francesco.

Le domande e le risposte si accavallarono, come se in futuro non ci fosse stato più tempo per potersele rivolgere e giunsero nei pressi della casa di Maria senza accorgersene. Giulia chiese al marito di restare per qualche attimo in macchina mentre lei e Titti in due minuti avrebbero preparato la madre all’impatto inatteso. -Mamma- chiamò Titti, entrando in casa. -Vengo…- e meravigliandosi della presenza della nuora la invitò a sedersi, mentre lei preparava un caffè. -Ti portiamo una bella notizia- iniziò Giulia -però ti chiedo di restare calma e serena. -Le belle notizie fanno sempre piacere- rispose la suocera- si tratta di Francesco? -Forse, può darsi che… In quel momento Francesco, che non aveva resistito ulteriormente era sceso dall’auto, si era diretto con passo deciso verso la casa della madre e, senza bussare né dire una parola si presentò davanti alle tre donne, individuò la madre, le corse incontro, la sollevò da terra e la fece roteare due o tre volte per aria, come era solito fare da ragazzo ormai cresciuto. Madre e figlio non dissero una sola parola. Rimasero uno avvinghiato all’altra per alcuni minuti distribuendosi baci su tutta la testa e sul collo, poi, con i visi fradici di lacrime si staccarono.

Maria aveva dovuto sedersi e continuava a singhiozzare. -Non piangere, sono qua- l’accarezzò Francesco, passandole una mano sui capelli. -Lo so. Piango per la gioia. Grazie, Giulia. Mi dispiace, il caffè non te lo posso fare adesso. Titti, fai il caffè per tutti. -Per ora lasciaci andare. Più tardi ci rivediamo. Per ora ho qualche telefonata da fare, ho bisogno di una bella doccia, di stare un pochino con mia moglie e di fare una visitina ai miei suoceri. Domani penseremo ad altro. Bisogna ripartire. E subito.