Category: PensieriParole (Page 1 of 4)

Luna

Rubriche/PensieriParole/di Piero D’Errico

Seduto su una panchina di fronte al mare in una notte d’estate e di luna piena.
Guardo la LUNA, guardo la sua luce riflessa nell’acqua.
Quella LUNA che tutto il mondo festeggia mentre lei non sembra per niente interessata e forse, non se ne accorge neanche.

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Letture sotto l’Ombrellone: “Dal primo al 15 settembre”.

Rubriche/Pensieri/Parole/di Piero D’Errico

Trovai per caso quella foto, tra mille e più altre cose, in una scatola di scarpe nascosta in un angolo di uno sgabuzzino dove non c’era posto neanche per passare.
Era in mezzo a bottiglie piene di salsa, a bottiglie vuote e a un’infinità di cose inutili che ricordavano la mia infanzia.

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Ritratto popolare

Rubriche/PensieriParole/di Piero D’Errico

E la sera eravamo tutti lì, seduti a cerchio davanti al cancello di quella vicina.

Si concludeva così una giornata iniziata alle prime luci dell’alba.

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Il tuo domani

Rubriche/PensieriParole/di Piero D’Errico

Una bravissima ragazza, padre pensionato, madre casalinga, aveva lavorato solo da ragazza come “tabacchina”.

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L’omaggio di Cannes ad Alain Delon

Rubriche/PensieriParole/di Piero D’Errico

E’ durata dieci minuti, l’ovazione riservata ad ALAIN DELON, nel corso della sua premiazione con la PALMA D’ORO alla carriera, a CANNES.

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Come finanziare i parenti senza che nessuno (forse) se ne accorga.

Rubrica/PensieriParole/di p.z.

C’era una volta…le favole cominciano sempre così vero?

E allora c’era una volta la prima Repubblica. In quella prima Repubblica, dicono, che tantissimi politici fossero poco onesti anzi diciamo pure corrotti. Dicono che usassero i soldi pubblici per finanziare parenti ed amici e per arricchire se stessi in barba ai cittadini che li avevano votati ed eletti.

Come facevano? I modi erano tanti e tutti diversi tra di loro. Ve ne raccontiamo uno di piccolo spessore come lo era peraltro il politico in oggetto che si credeva (a torto) molto furbo ma poi ogni volta cascava come fanno gli asini.

I politici di quel tempo, ed il nostro in modo particolare avevano, un solo problema ed era quello che nessuno si accorgesse delle loro malefatte e pertanto dovevano inventarsi ogni volta sotterfugi e strategie varie. Eravamo ai tempi del boom economico ed in Italia di denaro ne circolava tanto.

Cosa faceva il nostro politico corrotto di riferimento, che in seguito chiameremo solo politico, per “foraggiare” i propri parenti senza che nessuno se ne accorgesse?

Faceva organizzare delle manifestazioni e metteva a disposizione del denaro pubblico per accontentare la pletora di questuanti di cui si circondava ed a cui aveva chiesto ed ottenuto i voti. Con alcuni di essi la distribuzioni dei pani e dei pesci la poteva fare alla luce del sole. Non esteva, infatti, alcun conflitto di interessi nel finanziare un amico teatrante portatore di voti.

Per altri, i parenti, la cosa era un più difficile. Per aggirare l’ostacolo il nostro politico faceva finta di ordinare un lavoro, uno scritto, del materiale pubblicitario o uno spettacolo ad un soggetto terzo consenziente e questo doveva passare lavoro e compenso al parente del politico.

In questo modo il politico si illudeva di poterla fare sempre franca fregando cosí gli ignari cittadini…invece si sbagliava.

Per spiegare meglio il metodo facciamo finta che quello del nostro politico fosse un parente che gestiva un’agenzia pubblicitaria. Egli affidava fittiziamente il servizio ad un’altra agenzia di un Comune lontano, che poi avrebbe usufruito di altri favori, con l’accordo segreto che avrebbe lasciato lavoro e compenso al suo parente.

In questo modo nessuno si sarebbe mai accorto del “foraggiamento” fatto al parente. Si sa però che il diavolo fa le pentole ma poi dimentica i coperchi perchè l’errore è sempre dietro l’angolo specie poi se politico e parente quel poco di intelligenza a loro disposizione la sprecano tutta in stupida furbizia un pò come quell’oste avido e stupido che mischia il vino con l’acqua pensando che nessuno se ne accorga.

Volete sapere come la furbata venne scoperta? Nella maniera più banale di questo mondo. Il materiale di propaganda fu fatto stampare dal parente del politico presso una tipografia dello stesso loro paese natale. Soltanto che, per quella stupidaggine di cui parlavamo prima, la parente non contenta dei soldi voleva anche l’onore e firmò con il proprio “marchio” il materiale propagandistico che avrebbe dovuto invece essere firmato dalla società a cui era stato affidato l’incarico.

Oltretutto ad incastrare il politico vi fu il fatto che alla tipografia la fattura del materiale stampato dal parente fu pagato dalla società a cui era stato affidato fittiziamente l’incarico nonostante il parente avesse firmato il materiale come opera propria.

Era una partita di giro: io do i soldi a te e tu li giri al mio parente che farà il lavoro e prenderá i soldi che non posso assegnargli direttamente. Però ti intesti la fattura della stampa e mi porti quindi la pezza giustificativa che i soldi sono stati spesi da te. Così il conflitto di interessi era aggirato ma qualcuno, proprio, grazie a quella firma del parente sul materiale scoprí l’inganno e lo denunciò.

Durante la prima Repubblica si dice che in tanti usavano di questi metodi sino a quando come raccontato in questo esempio non furono beccati e pagarono il fio. Allora la smisero pure di raccontare al popolo che tutto quello che facevano lo facevano esclusivamente per amore della propria cittàa solo e soltanto per quello.

La prima Repubblica è stata per fatti del tipo di quello raccontato cosi’ tanto demonizzata che ancor oggi, ai tempi della terza repubblica, se si vuole offendere politicamente qualcuno si continua ad usare l’apposizione di “democristiano” o “craxiano”.

A parte la stupidità di chi continua ancora a voler fare di tutte le erbe un fascio vorrei chiedere a questi stessi personaggi : “Siete veramente convinti che oggi, nella terza Repubblica, questi soggetti con le stesse strategie e la stessa mentalità siano del tutti estranei all’attuale politica?’

La strada della felicità

Rubriche/PensieriParole/di Piero D’Errico

Ho camminato tanto, di giorno e di notte.
Ho camminato con il caldo e con il freddo, ero stanco ma non mi sono mai fermato.

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C’eravamo tanto amati

Rubriche/PensieriParole/di Piero D’Errico

“C’eravamo tanto amati”. Cominciò così quel mio caro amico, a raccontarmi la sua bella storia d’amore in quel pomeriggio d’estate, seduti davanti al bar con un paio di bottiglie di birra vuote sul tavolo, ed altre due piene in arrivo.

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Mille e più cose da capire

Rubriche/PensieriParole/di Piero D’Errico

Alla fine penso si fosse stancata pure lei o era forse cambiata o forse i suoi interessi si erano spostati altrove, avevano preso altre direzioni.
Ma cominciamo dall’inizio.

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Quella porta “scalata”

Rubriche/PensieriParole/di Piero D’Errico

Mi ritrovai alle otto e mezza di quella mattina di fine inverno ad aprire la porta “scalata” della stanza di quel Sindacato, a cui dopo poco meno di mezzo secolo ancora “appartengo”.

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In arte, Lady Gaga

Rubriche/PensieriParole/di Piero D’Errico

Quando è arrivata al grande successo, una decina di anni fa, ero già abbastanza “anziano” per poter apprezzare piume, borchie e ferramenta di vario tipo, che portava addosso e confesso, quando succedeva non la ascoltavo, la sopportavo.

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“Noviziato”

Molti dei concetti assorbiti sono rimasti in me, ma molto spesso mi è sfuggita la trama.

Rubriche/PensieriParole/di Marino Giannuzzo

È  vero, lessi molto durante quell’anno che corse dal settembre 1960 al settembre 1961, anzi moltissimo. Era l’anno dedicato alla riflessione per dare a se stessi una risposta per la vita che si sarebbe aperta dinanzi a noi, ragazzi tra i 17 e 18 anni di età: era il Noviziato.

Un santo uomo, anzi un santissimo uomo, che veniva chiamato Maestro, provvedeva a inculcarci le opere di pietà e l’avviamento alla preghiera per noi stessi e per il mondo intero. Io ero incerto sulle decisioni da prendere: essere un buon predicatore e pescatore di anime per il regno di Dio oppure essere un uomo valido nella società per me e per altri che non conoscevo e che non sospettavano neppure la mia esistenza in vita.

Ero indeciso e indeciso rimasi per tutto quel periodo. In certi momenti lo ritenni un periodo che trascorreva inutilmente per me e per altri miei confratelli, ma dovevo resistere in attesa di decidere quale via intraprendere. Di fatto trascorse tutto l’anno senza che nessuno di noi potesse toccare un libro di studio, fosse di matematica o di geometria, di storia o di geografia, di storia dell’arte o di latino o di greco, secondo l’inclinazione di ciascuno.

Dopo un mese di una tale vita, si potrebbe dire sedentaria, dovetti inventarmi qualcosa per non annoiarmi. La sera si andava a letto presto, anche se non si aveva sonno. Il campanello squillava per tutti, e tutti contemporaneamente ci si ritirava nella propria stanzetta di tre metri per quattro per meditare, si diceva, sempre dopo essersi fustigati con il cilicio che ognuno aveva provveduto a costruirsi con della corda, attrezzo che in seguito ho visto rifiorire in mano di mio figlio e dei suoi amici per giocare e per barattare con altri giochi. Ora avevano, o gli avevano dato, il nome di scupidù.

Nel fervore di quell’età non era raro ferirsi, fino a farsi schizzare il sangue, nelle parti colpite da quell’arnese, che in genere erano la schiena e le natiche, perché parti più soggette ad essere castigate e quindi fustigate.

Tuttavia, dicevo, io trovai un modo per non annoiarmi. Meditavo, riflettevo, seguivo, per quanto ero capace, le regole, ma non ero nelle condizioni di rispettare totalmente le regole del silenzio. Non con gli individui con cui ero costretto a trascorrere alcuni momenti delle mie giornate, con i quali non ci creavamo grossi problemi, vivendo in una comunità di semi-sepolti vivi volontari. Mai nessuno ci obbligò a restare in quel luogo, anzi talvolta quel sant’uomo del Maestro ci suggeriva di abbandonare baracca e burattini, se stavamo soffrendo più di quanto le nostre forze e la nostra volontà ci permettevano.

Durante l’ora del pranzo, durante la quale, a turno, si leggeva un brano di un buon libro di opere pie o la biografia di qualche santo illustre, mentre tutti si era intenti ad ascoltare e a mangiare ciò che la Provvidenza forniva, e bisogna dire che non ci faceva soffrire la fame e ci trattava meglio di tanti giovani della nostra età, fuori da quelle mura, io, con una scusa qualsiasi, di tanto in tanto, a distanza di alcuni giorni o di qualche settimana, mi allontanavo dal refettorio, come se una necessità corporale mi chiamasse altrove e correvo per le scale, al piano di sopra, dove una biblioteca ben fornita mi presentava i migliori testi di letteratura italiana e mondiale. Era sufficiente uno sguardo frettoloso, individuavo tre o quattro romanzi, li nascondevo tra la tonaca e il petto, sempre correndo giungevo nella mia stanzetta, li nascondevo sotto la coperta del letto, o altrove, secondo l’opportunità del momento, e ritornavo in refettorio ansante e atteggiando la persona alla più naturale espressione di serenità, almeno così ero convinto.

Quest’operazione si ripeté molte volte durante quell’anno. Nessuno ebbe da chiedermi spiegazioni ed ebbi, ed ho sempre avuto, l’impressione che nessuno se ne fosse mai accorto, salvo la possibilità che chi se ne sia accorto mi abbia lasciato fare, per motivi che non ho mai sospettato esistessero.

Fino ad allora le mie letture si erano aggirate attorno a Giulio Verne con Ventimila leghe sotto i mari, attorno a Emilio Salgari con I Pirati di Mompracem o con la Tigre della Malesia o con Robinson Crosuè o con decine di testi del genere Avventura, adatti a quella mia età. Un romanzo corposo era stato I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, ma per motivi di studio, non per libera scelta.

Invece ora mi si presentava l’opportunità proibita di leggere per mio piacere tutti quei romanzi, spesso posti all’indice dalla Chiesa Cattolica, da cui eravamo tenuti a distanza perché potevano essere occasione di cattivi pensieri e quindi di peccato. Non ritenni mai di commettere peccato nel leggere ciò che per vari anni mi era stato vietato. Fu così che, talvolta a mia insaputa, incontrai William Sakespeare, se non con tutte, almeno con svariate opere. In lungo e in largo conobbi Luigi Pirandello, Giovanni Verga, Luigi Capuana con Il marchese di Roccaverdina, Gabriele D’Annunzio, Antonio Fogazzaro, Paul Verlaine, Victor Hugo, Leone Tolstoi, Cechov, Turgheniev ed altri ed altri ancora…. Lessi tutto ciò che riuscii a leggere di quei nomi che erano il mio ideale da raggiungere forse con le mie opere…un giorno.

Naturalmente dopo il primo viaggio in biblioteca per quelli successivi mi ero mentalmente organizzato che correvo verso la mia stanzetta, afferravo quanto già letto e correvo a depositarlo per fornirmi di nuove letture. Fu un anno intenso di mondi sconosciuti, di personalità del passato, che molto avevano detto e insegnato al mondo intero, e molto dissero e insegnarono a me.

L’impresa però non era così semplice come potrebbe apparire a chi non ha vissuto simili vicissitudini e in simili condizioni. A me appariva rischiosissima e forse proprio per questo mi impegnai ogni volta per la sua buona riuscita senza alcuna conseguenza. Nella più fortunata delle ipotesi avrei subìto una punizione corporale o psicologica, o, in altra, catastrofica, l’espulsione in tronco dal Noviziato, con la conseguenza della interruzione degli studi per gli anni a venire, che era stato il mio primo, e poi fu l’ultimo obiettivo di tante privazioni a cui mi ero sottoposto, non potendo permettermelo le condizioni economiche della famiglia di mio padre, che era convolato a nuove nozze dopo la morte di mia madre, quando avevo compiuto da pochi giorni i miei sette anni.

L’impresa più ardua fu poter leggere tutto quel materiale in quell’anno senza farmi scoprire. Di giorno non potevo permettermi di leggere perché la porta d’ingresso, benché chiusa, era senza chiave, senza chiavistello e con la possibilità di poterla aprire dall’esterno per una eventuale ispezione, che ad onor del vero non avveniva mai, e non avvenne mai. Ma questa affermazione posso farla soltanto oggi, in quel periodo le mie supposizioni, le mie ipotesi e i miei timori furono tutt’altri. Dovetti quindi inventarmi qualcosa.

Come gli altri confratelli anch’io nella mia stanzetta avevo un tavolino per leggere salmi, vecchio e nuovo testamento, opere pie o per scrivere qualche riflessione che scaturiva dalla lettura. Il mio tavolino aveva un cassetto incorporato. Ai due lati del cassetto, sotto il piano operativo, vi erano due supporti in legno per ciascun lato, non visibili esternamente. Su entrambi gli spazi introdussi una scatola di cartone per scarpe con uno dei lati minori eliminato in modo da potere introdurre e ritirare agevolmente uno dei libri ivi custoditi. Ma non sempre potevo correre il rischio di leggere di giorno. Talvolta me lo permettevo in alcune ore pomeridiane, quando si era nell’ora di riposo consigliata e concessa per dormire, in quanto tutte le notti, in piena notte, c’era la sveglia per recarsi in Coro, alle spalle dell’altare della chiesa, per le orazioni per circa mezz’ora. Poi si ritornava a letto fino all’ora della Messa del mattino. A quell’ora, ero quasi certo, tutti dormivano.

Il mio lettino ad una piazza era fornito di una spalliera alta e di una pedaliera un po’ meno alta. Con dello spago legavo sugli spigoli in alto di entrambe gli angoli della coperta, per mezzo di una non lunga prolunga introducevo sotto di essa una piccola lampada elettrica e in tal modo leggevo le opere sottratte momentaneamente alla biblioteca.

Mi si aprivano mondi sconosciuti. Fagocitavo quanto riuscivo da quei libri, ne ero impregnato fino alle ossa. Talvolta leggevo per il gusto di leggere pensando a ciò che avrei letto successivamente. Quando mi fu possibile presi l’abitudine di redigere un breve riassunto di ciò che avevo letto, il che mi aiutò per un po’ di tempo ad avere presente la trama e i personaggi, con una scrittura minuta per non occupare molto spazio. Anche questi scritti venivano nascosti negli scatoli per scarpe, sotto il piano del tavolino. Mi hanno accompagnato per alcuni decenni nel mio vagabondare. Saranno in qualche carpetta negletta e abbandonata in attesa che qualcuno li usi per accendere legna in un camino. Certamente non lo farò io: sono una parte della mia esistenza.

Molti dei concetti assorbiti sono rimasti in me, talvolta anche alcune frasi, come se le avessi copiate, ma molto spesso mi è sfuggita la trama, se non trattenuta in modo superficiale. Mi sarebbe piaciuto far parte di quel mondo di scrittori e poeti.

Ci ho provato, ma ritengo che le mie capacità siano modeste. Molto modeste.

Dedicata a “Manuel”

“Quella brutta sera Dio si è distratto”

Rubriche/PensieriParole/ di Piero D’Errico

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Sanremo e “Nonno Holliwood”.

Rubriche/PensieriParole/di Piero D’Errico

Ci siamo avvitati per giorni a chiederci se la canzone che ha vinto il Festival di Sanremo, lo meritasse davvero, oppure fosse stata occasione per esprimere un “giudizio politico”.

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Ci batteva forte il cuore

Rubriche/Pensieri Parole/di Piero D’Errico

Succedeva sempre così, passate le feste, la tristezza prendeva in noi il sopravvento, dovevamo riabituarci alla vita di sempre, alla scuola.
In famiglia si facevano un po’ di conti, e forse avevamo speso troppo.
E intanto il freddo continuava e il lavoro per mio padre cominciava a scarseggiare. Succedeva sempre così.

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Adrian

Ogni volta che lo vedo o lo sento, il pensiero torna indietro nel tempo.Un grande, un personaggio, un mito

Rubriche/PensieriParole/di Piero D’Errico

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Che ne sarà di me

Rubriche/PensieriParole/di Piero D’Errico

Provate a immaginare cosa vuol dire dormire per strada, su marciapiedi, per terra.
O andare in giro vestita di stracci, a piedi nudi e se ci riuscite provate a immaginare una vita di stenti, in cui trascorri giorni senza toccare cibo.

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“Impegni diversi”

La mia leadership era offuscata, non riuscivo più a trascinare

Rubriche/PensieriParole/ di Piero D’Errico

Erano quasi le otto e venticinque quando paonazzo in volto e ormai a corto di argomenti, superai il portone d’ingresso che si chiuse dietro di me, consapevole di quanto da lì a breve sarebbe accaduto.

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Quelle piccole grandi cose

Erano anni che è stato bello vivere, anni in cui esserci è stato meraviglioso.

Rubriche/PensieriParole/di Piero D’Errico

Avevo ormai così preso l’abitudine, che mi svegliavo alle sette e mezza anche quando a scuola non ci dovevo andare.
Ma la sorpresa era proprio al risveglio e a pensarci ora ne valeva proprio la pena.

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La Befana

Oggi non si aspetta più, sono cambiati i tempi…però che belli che erano quei tempi.

Rubriche/PensieriParole/di Piero D’Errico

E’ l’ultima festa, segna la fine delle vacanze ma è, e lo era pure ai miei tempi, ugualmente molto attesa.

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